ALLE DUE IN PUNTO LO STATALE BUTTAVA LA PASTA. POI ARRIVARONO I “TICKET”

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Al telefono, un’impiegata molto irritata: “E’ lei che si occupa di pubblica amministrazione? Le do una notizia: nel mio ufficio, al ministero del Tesoro, ogni giorno cucinano la pasta”. La signora evidentemente era esclusa, per rivalità d’ufficio, dai “banchetti” quotidiani, ed in un incontro segreto mi fornì i particolari "vendicativi".
Ma dovevamo documentare in modo inoppugnabile la scena. Le provammo tutte. Ermando Di Quinzio, uno dei nostri grandi fotografi, rischiando una multa, l’arresto o la pelle, si arrampicò persino sui tralicci di una ditta che stava ristrutturando la facciata del ministero, in via Venti Settembre, ma non riuscì a riprendere i commensali dalla finestra. Dopo vari tentativi, ottenemmo finalmente un passi per entrare in quel palazzone. Entrammo con una scusa nell’ufficio-trattoria: alcuni armadi metallici erano aperti, e tra i faldoni di pratiche c’erano proprio pentole, tegamini, piatti, posate e scolapasta; sul davanzale, un paio di fornelletti elettrici e la macchinetta del caffè.
Di Quinzio aveva nascosto la macchina fotografica, piuttosto voluminosa, in una borsa di finta pelle, con un buco su un lato. Nel chiedere superflue informazioni ad uno degli impiegati, ogni tanto tossivo per coprire i click: e, infatti, ad ogni colpo di tosse, con grande sincronia, Ermando scattava.
Quando la nostra inchiesta fu pubblicata - sorretta dalle foto di Ermando Di Quinzio e impaginata magistralmente da quel grande “mago del menabò” che era il vicedirettore Pino Geraci – molti statali mi telefonarono, per vari giorni, anche sfottendo: “Dotto’, oggi abbiamo pasta e fagioli. Se vuol favorire…”. Ma lo facevano con garbo: avevo infatti certo rivelato un’illegalità, ma anche documentato i loro problemi di alimentazione legati agli orari di lavoro, ai tempi e ai costi dei percorsi casa-lavoro, ai prezzi dei pasti nelle trattorie e nei bar nei dintorni del ministero, ecc.
Non c’erano i buoni-pasto, allora, per gli statali. E probabilmente anche quella pagina del Messaggero ha contribuito ad istituirli.
Ne ho fatto altre, di inchieste, in quel periodo, in quella “Cronaca di Roma” diretta allora da Vittorio Roidi. Ad esempio: - “Laggiù, dove cresce Roma”: da un’idea del vicecapocronista Alberto Giuliani, dieci puntate per documentare – sempre con Ermando Di Quinzio, - le trasformazioni sociali ed economiche di vecchi e nuovi quartieri della periferia (Tiburtino III, Spinaceto, Mostacciano, Corviale, ecc.)
- La Regione Lazio: una radiografia (in dieci puntate) della Regione, utilizzando anche i parametri scientifici e la graduatoria di efficienza delle regioni italiane elaborata da un gruppo di ricercatori americani guidati dal professor Robert D. Putnam dell’Harvard University (divenuto poi uno dei consiglieri di Bill Clinton).
- “Sindaco, mestiere difficile”: in tre puntate, per documentare – sulla scia di una denuncia del professor Massimo Severo Giannini – come le leggi di allora su retribuzioni, permessi e aspettative avvantaggiavano i dipendenti pubblici e i funzionari di partito nell’accesso agli incarichi elettivi, determinando una “casta” evidenziata anche dalle ricerche del sociologo Corrado Barberis.
- “Il caporalato alle porte di Roma”: la tratta degli schiavi (a quei tempi solo “italiani”, non immigrati) che alle quattro di ogni mattina riempiva i pullmini diretti alla pianura pontina per i raccolti. - “Condominio Ring”: quattro puntate – in pretura ma anche nei palazzi romani – sulla rissosità nel più piccolo “ente locale”, utilizzando i consigli del condirettore Silvano Rizza, i disegni del grande Alfonso Artioli e le testimonianze – tra gli altri - di Fantozzi/Paolo Villaggio e di Roberto Benigni.
C’era insomma molto spazio per le vere inchieste, in quel nostro Messaggero degli anni 80. Suole di scarpe da consumare, e pagine intere da scrivere: si lavorava tanto, ma ci si divertiva anche tanto.

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