PER IL CINEMA E IL TEATRO DOVEVAMO ESSERE INFORMATI, VELOCI E MAGARI PRIMI

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«Ed eccolo qui il personaggio-rivelazione emerso dalla rassegna di cinema spagnolo che si è appena conclusa. È nato nella Mancia 36 anni fa, si chiama Pedro Almodovar e si autodefinisce provocatoriamente “un miscuglio di Fassbinder e Divine” (l’opulento travestito protagonista dei film di John Waters), anche se è molto meno disperato del primo e decisamente più asciutto del secondo...». Cominciava così, nel giugno del 1985, un ritrattino-intervista dell’allora semisconosciuto regista manchego realizzato chiacchierando di tutto fino a tardi fuori dal cinema Embassy, con la semplicità e l’entusiasmo di due giovani appassionati. Perché allora funzionava così. Nessuno mi aveva commissionato quel pezzo. Nessuno probabilmente, forse nemmeno io, sapeva nulla di quel giovane e magnetico spagnolo se non che aveva avuto un fugace successo di scandalo con Entre tinieblas, in Italia (e ti pareva) L’indiscreto fascino del peccato. Però la notizia c’era. Il personaggio meritava spazio, anche se era a Roma per un’anonima rassegna dell’ambasciata. Bastava una telefonata, due parole col capo degli spettacoli Marco Molendini, e il pezzo era in pagina.
Oggi Almodovar è uno dei registi più famosi del mondo, il cinema Embassy ha chiuso i battenti e anche quel giornale non esiste più. Ce n’è un altro che porta il suo nome, nel quale ho lavorato spesso con grande soddisfazione fino a meno di due anni fa, ma quelle pagine, quello spirito, quei rapporti umani e professionali, sono spariti da un pezzo. Non è facile nostalgia, è disincantato realismo. Quando iniziai a scrivere sul Messaggero avevo 26 anni e tutto da imparare, almeno giornalisticamente. Venivo dalla critica “colta”, avevo studiato cinema a Parigi e collaborato anche ai Cahiers du Cinéma. «Pure troppo per noi!», disse ridacchiando Silvano Rizza nel colloquio di ingaggio. «Qui devi essere semplice, conciso. E non insultare mai il lettore, a cui magari il film che stronchi è piaciuto».
Figuriamoci. Avrei potuto tirarmela, avrebbero potuto mettermi in mezzo. Invece mi ritrovai in una grande scuola dove ci si poteva divertire e imparare. Le pagine spettacoli di quegli anni, del resto, erano un concentrato impressionante di completezza e vivacità. Guglielmo Biraghi, il critico cinematografico titolare a cui avrei fatto da vice per qualche anno, era uno dei grandi nomi della critica italiana. Ma a differenza di tanti suoi coetanei non era inchiodato alla poltrona, anzi. Di lì a un paio d’anni sarebbe andato a dirigere la Mostra del Cinema di Venezia. Ma fin dai primi mesi mi dimostrò una fiducia superiore a ogni aspettativa. Ero pronto ad accontentarmi dei film di serie B, C o Z. Mi ritrovai, da subito, a scrivere su nomi come Jim Jarmusch, Nikita Michalkov, Salvatore Piscicelli, John Sayles, per citare i primi che mi vengono in mente.
Andavo alla Mostra di Pesaro, magari per parlare di cinema georgiano o giapponese, cosa non proprio scontata su un quotidiano che era e voleva essere popolare. Ma soprattutto scrivevo su pagine che univano con disinvoltura l’informazione e il piacere, l’inchiesta e la scoperta. Le inchieste sul famigerato Ente Gestione Cinema, e il gusto di arrivare per primi sul cantante, il regista, il coreografo, il solista. La dimensione del piacere, non proprio secondaria trattandosi di spettacoli, e quella della politica, non solo in Italia ma nel mondo grazie a una rete di corrispondenti e collaboratori invidiabile. Ricordo con particolare piacere i servizi da New York di Anna Guaita e soprattutto dell'indimenticabile Stefano Trincia, che purtroppo ci ha lasciato questa estate. 
Ricordo la puntualità, le passioni intellettuali, la civilissima cortesia dei tre critici teatrali di allora, Renzo Tian, Ubaldo Soddu e Rita Sala, altra amica scomparsa troppo presto. Ricordo che Gloria Satta, ai tempi di Io sono un autarchico, aveva fatto una pagina intera di intervista a Nanni Moretti. A proposito: tanti anni dopo, a proposito di Moretti, un vicedirettore si presentò trionfante con il copione di La stanza del figlio, che il giornale si era procurato chissà come mentre Moretti era ancora sul set. Avrei dovuto leggerlo e commentarlo. Magari sbagliai ma dissi che facevo il critico, non frugavo nei cassetti altrui. Oggi direi la stessa cosa. Ma non so se potrei permettermelo. Mi correggo: non so se un giornalista oggi potrebbe permettersi un rifiuto del genere.

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