CON TEODORO CELLI IL MESSAGGERO FACEVA OPINIONE E CONTRIBUIVA ALLA CONOSCENZA DELLA MUSICA

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Sostituire “Fratelli d’Italia” con “Va, pensiero”? Quando, con i primi sussulti leghisti, riaffiorò la vecchia idea di cambiare l’Inno di Mameli mettendo al suo posto il celebre coro del Nabucco di Verdi, Teodoro Celli scese in campo. E sulle pagine del Messaggero scrisse a chiare lettere che sarebbe stato un grave errore. Soprattutto perché il “Va, pensiero”, seppure assai più bello melodicamente, mancava del ritmo di marcia necessario per un inno nazionale. Il “Canto degli Italiani”, invece, l’aveva. Alla fine, fu anche grazie a interventi autorevoli come quello di Celli che non se ne fece niente.
Questo per dire che ai tempi in cui il grande critico musicale parmigiano era al Messaggero, ovvero gli anni settanta e ottanta, il giornale dedicava ampio spazio ad ogni genere di musica. Una linea incoraggiata dai lettori e condivisa da molti colleghi che erano musicofili appassionati, da Alfonso Artioli a Pino Geraci , per citarne appena due. Che non di rado facevano garbatamente i critici del critico: «Ma perché sei così cattivo con Mahler?».
Celli non scriveva solo di fatti squisitamente artistici. I suoi pezzi toccavano polemicamente anche aspetti organizzativi e economici della vita musicale come il finanziamento pubblico degli enti lirici, con l’assurdo sistema dei contributi che arrivavano a fine stagione costringendo le istituzioni a farsi prestare i soldi dalle banche. Con lui, che aveva conosciuto la grande Scala di Antonio Ghiringhelli e sapeva cosa significasse gestire un’istituzione, il Messaggero sostenne la candidatura di Francesco Siciliani a presidente dell’Accademia di Santa Cecilia e di Bruno Cagli a direttore artistico del Teatro dell’Opera: per entrambe gli enti la loro nomina aprì un periodo ricco di successi dopo anni di alterne fortune. Basta ricordare l’arrivo di Giuseppe Sinopoli come direttore stabile e di Leonard Bernstein come presidente onorario dell’orchestra a Santa Cecilia e alcune "prime" memorabili all'Opera come Zelmira di Rossini con un cast stellare: Gasdia, Scalchi, Merritt, Blake.
Era un periodo di ampie inchieste musicali, come quella sui problemi dei Conservatori, enormemente cresciuti di numero, o quella sulle Orchestre, quando fu vietato ai musicisti di suonare e contemporaneamente di insegnare in Conservatorio; per non dire dell’attenzione costantemente riservata alla mancanza di una vera educazione musicale nella scuola dell’obbligo, uno delle carenze più gravi della nostra vita culturale. Qui a Celli e ai suoi collaboratori del settore musica si aggiungevano spesso i preziosi contributi di altri elementi della redazione spettacoli, come Rita Sala, attiva con passione e competenza non solo nell’ambito del teatro di prosa ma anche in quello lirico e concertistico.
Il giornale intuì l’importanza di spettacoli che avrebbero segnato il Novecento musicale come la prima esecuzione in epoca moderna del Viaggio a Reims di Rossini al Rossini Opera Festival di Pesaro, dedicandogli preventivamente pagine su pagine. E dall’inizio degli anni ’80 divenne costante l’attenzione per i grandi festival europei, da Salisburgo a Bayreuth. Fu anche grazie all’osservazione e al confronto con le grandi realtà musicali internazionali che si cominciò a capire che Roma non poteva più fare a meno di un Auditorium degno di questo nome.
Tornando a Celli, i lettori lo amavano anche per la sua ironia. Ricordate quando una marca di carta igienica scelse di adottare per i suoi spot un tema della Pastorale di Beethoven? Dopo aver ascoltato la celebre sinfonia a Santa Cecilia, Teodoro, contrario all’uso della grande musica classica nella pubblicità, scrisse un corsivo al veleno. Titolo: “Beethoven a rotoli”. Le aziende che compravano spazi pubblicitari sui giornali non la presero bene, ma ormai era fatta.
E che dire di “Poveri ma bellicosi”? Fu l’azzeccatissimo titolo di un articolo sui Conservatori del sud, che protestavano per la mancanza di fondi adeguati, scritto da Fabrizio Zampa. Già batterista del complesso “I Flippers”, Zampa si occupava della musica pop, rock e jazz con Marco Molendini e con Paolo Zaccagnini (ritenuto giustamente una sorta di "profeta del Rock in Italia"), i quali per un lungo periodo svolsero anche il ruolo di caposervizio (Molendini) e vicecaposervizio (Zaccagnini). Questi ultimi, pur appartenendo a un ramo musicale diverso, da curatori delle pagine spettacoli dedicavano grande attenzione anche alla sinfonica e alla lirica. E così facevano Ruggero Guarini e Luigi Vaccari nelle pagine culturali.
Celli, grande ammiratore peraltro di George Gershwin, era aperto verso “l’altra musica”. Gli fu chiesta un’opinione sull’interpretazione di Pavarotti di “Nel blu dipinto di blu”. Lui analizzò la canzone come se fosse un’aria d’opera, osservando che dava più spazio al canto declamato che alla melodia, e quindi non era il pezzo più indicato per mettere in risalto la voce argentea del tenorissimo. E poi: i Beatles. In una discussione al giornale, provocato da Vittorio Emiliani, si lasciò convincere ad ascoltare le loro canzoni. Dopo averlo fatto, non ebbe esitazioni a riconoscerne il valore: «Sono bravi, bravi e colti». Era lo spirito che al Messaggero animava tutti: considerare la musica sempre e soltanto in base alla sua qualità, senza dividerla in classica e “leggera”.

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