QUANDO IN REDAZIONE LEGGERE STENDHAL AIUTAVA A DIVENTARE BUONI GIORNALISTI

SEO Name

«Hai letto Stendhal?». Vittorio Emiliani mi guarda negli occhi, io scuoto la testa, arrossisco, vorrei sprofondare in un abisso: ho 30 anni, il direttore del leggendario Messaggero mi sta proponendo l'assunzione e io non ho letto Stendhal. Vergogna. Mi preparo a raggiungere l'uscita, è stato bello conoscerla, direttore, addio.
E invece il direttore non mi congeda. Anzi, sorride affabilmente, giusto una sfumatura di ironia. Mi spiega che Stendhal era uno straordinario cronista e io avrei dovuto leggerlo, “Il Rosso e il Nero”, “la Certosa di Parma”, «grandi lezioni di giornalismo». Esattamente come quella che, in quel giorno di marzo di 32 anni fa, mi stava dando lui. La prima di una serie.
Fu il primo approccio con la filosofia di una redazione che, te ne accorgevi subito, era molto più di una redazione. Il Messaggero era una comunità. Era una schiera di tifosi appassionati al loro mestiere, al suo valore etico, al loro prodotto quotidiano, alla città di Roma, alla loro cittadinanza nativa o acquisita. Era una squadra, tutti o quasi tutti legati in maniera viscerale, dal direttore all'ultimo dei redattori e dei tipografi, da un diffuso sentimento di cordialità, di rispetto reciproco, spesso di amicizia vera. Quel sentire veniva cementato ogni giorno da quell’entusiasmante muoversi simmetricamente, con la medesima passione, in un territorio di requisiti condivisi.
Innanzi tutto il rispetto per i lettori, che andavano serviti non solo con la Verità e un'attenzione scrupolosa ai loro bisogni e ai loro diritti, ma anche con una capacità di narrazione i cui capisaldi era opportuno reperire nella letteratura.
E, ancora, la creatività, l'etica, il senso civico, l'impegno civile, le grandi inchieste che smascheravano grandi magagne, le grandi battaglie per i diritti, per la vivibilità della città, per l'ambiente, per la buona politica; l'indipendenza, grazie a un editore invisibile e a un direttore libero, da qualunque interesse che non fosse quello dei lettori.
E poi le donne. Emiliani fu il primo direttore di quotidiano “femminista”, non per ideologia, ma per consapevolezza del valore aggiunto che le donne avrebbero portato nel lavoro. C’era una sola donna, al Messaggero, quando lui arrivò. Ne assunse 35. Più di tre squadre di calcio, in tempi in cui il giornalismo era considerato un mestiere per maschi.
Per molto tempo considerai un incommensurabile privilegio ogni singolo giorno trascorso al Messaggero, in “quel” Messaggero. L’attenzione e l’amore dei romani per la nostra/loro testata, la consapevolezza della loro irriducibile fiducia in noi, del carisma che il quotidiano esercitava su di loro... Tutto questo ci ripagava ogni giorno di ogni fatica. Più tardi avrei capito che si’, era vero, avevo, avevamo goduto di un grande privilegio, che non sarebbe durato a lungo.
Poi vai a vedere, dice l'avvocato del diavolo interiore, magari tu ti racconti un bel film, magari c'erano piccole beghe pure allora, e l'editore qualche intrusione la faceva, anche se tu non venivi mai a saperlo, perché non ne percepivi alcuna risonanza nel giornale che scrivevi e che leggevi.

Share