DUE VOLTE NELLA STORIA DI ROMA IL MESSAGGERO FU PER ANNI E ANNI LA VOCE LIBERA E CHIARA DELLA CAPITALE

SEO Name

I fondatori del Messaggero, fra la fine del 1878 e il gennaio 1879, 140 anni fa, vengono in prevalenza dal Nord, da Milano Luigi Cesana, professionalmente però cresciuto a Firenze, col padre Giuseppe Augusto, torinese, direttore del popolare Fanfulla dopo aver guidato La Gazzetta del Piemonte. Da Genova Luigi Vassallo che è pure il noto vignettista Gandolin. Tutti fortemente legati alla tradizione politica e laica del Risorgimento, in specie a Garibaldi, decisamente onesti e quindi molto autonomi. Non sono certo portatori degli interessi economici, finanziari, immobiliari che invece occupano la scena tumultuosa di una Roma ancora semi-rurale investita, già con Pio IX, da voraci speculazioni edilizie. Le quali si esalteranno dopo il 1870, sempre con la nobiltà "nera" e con società, magari mascherate, e banche vaticane in prima fila. Giornalisti professionalmente molto capaci, che, pur essendo sostenitori della Terza Roma, di un sindaco come il mazziniano Ernesto Nathan poi, riescono a tener fuori il giornale, divenuto nel tempo un leader a Roma, dalle conventicole politiche, dai gruppi di potere, dagli scandali. Per trentacinque anni, dal 1879 al 1912-13. Quando cioè la proprietà diventa dei Perrone industriali siderurgici di spicco interessati, per i loro cannoni, a fare campagne a favore dell'intervento bellico italiano, prima in Libia e poi nel primo conflitto mondiale. Finisce qui una prima fase di grande autonomia e successo editoriale del Messaggero.
I quotidiani di quel periodo sono quasi tutti molto "militanti", spesso veri e propri giornali-partito. Come vuole la tradizione risorgimentale. Il Messaggero no. All'inizio molto elitario, una sorta di "giornale dei giornali", e poi, invece, quotidiano di grande cronaca specie a partire dal processo Fadda, dai risvolti anche morbosi, che lo fa decollare in copie e prevalere fra i 22 quotidiani del 1880. Il suo "collante"? Laicismo che spesso diventa aperto anticlericalismo, quindi radicalismo, talora accusato persino di venature socialiste. Vi scrive spesso il primo deputato socialista, Andrea Costa, allievo di Carducci. Sostiene l'epica impresa dei cooperatori ravennati nella bonifica del malarico litorale romano: 300 morti nei primissimi anni. Il giornale è di suo anti-colonialista e anti-militarista. Quei 250 milioni all'anno per la guerra li destinerebbe alla scuola, alla esplosiva "questione sociale". Non è "parlamentarista", critica di continuo bizantinsmi e trasformismi. Antipolitico? In parte. Con molta apertura però al dibattito, anche interno, sull'indennità ai deputati: senza una remunerazione, prevede, andranno alla Camera "gli improvvisati" e "gli sfaccendati". Attualissimo. I primi deputati socialisti, poveri in canna, sovente per dormire approfittano del treno di notte (che è gratis).
Il Messaggero sopravvive, quasi solo, al clamoroso scandalo della Banca Romana perché, a differenza di tanti altri fogli, da essa non ha preso un centesimo. Oltre all'onestà, il "collante", l'ho detto, è per decenni l'anticlericalismo. Così i disordini durante la traslazione serale della salma di Pio IX a San Lorenzo fuori le mura, il giornale li attribuisce essenzialmente alla rumorosa e organizzata "gazzarra" dei clericali e non anche alle grida minacciose "Al Tevere! Al Tevere!" degli anticlero. Che per poco non riescono nell'intento. Vanta orgogliosamente l'appoggio pieno al corteo di massa per l'inaugurazione del monumento a Giordano Bruno a Campo de' Fiori dove nel 1600 il filosofo e scrittore domenicano, dopo atroci torture destinate a provocarne l'abiura, è stato fatto ardere vivo dai confratelli dell'Inquisizione: 20mila partecipanti, tutti i vertici dell'Università e della scienza, accusati dai Gesuiti e dall'Osservatore Romano di "debaccare" (cioè di darsi a danze bacchiche, orgiastiche) per strada. Gesuiti che vorrebbero ribattezzare la piazza "Campo maledetto" e che reclamano ancora, nel 1929, per il Concordato, la rimozione della statua.
Straordinarie risultano dunque le cronache dei grandi processi di fine secolo, ma pure le inchieste del giornale per una nuova rete ospedaliera, per la difesa delle Ville storiche dagli appetiti dei "palazzinari", in difesa in specie della centralissima Villa Borghese che Camillo Borghese sembra voler lottizzare. Con una martellante campagna iniziata nell'84 il Messaggero vince: una sentenza pretorile gli dà ragione, lo Stato nel 1901 compra il Parco e la Galleria Borghese per 3,6 milioni destinando il polmone verde al "sereno godimento dei cittadini romani". Nel 1907dichiara il proprio appoggio pieno alla Lista del mazziniano, massone ed ebreo Ernesto Nathan, al suo Blocco del Popolo, radicali, repubblicani e socialisti riformisti, e, dopo il suo trionfo, alla sua rigorosa e scomoda politica urbanistica, alla creazione di interi quartieri-modello, di villini e case economiche, di municipalizzate moderne, dei nuovi Mercati generali, di una formidabile rete di asili, scuole, istituti, di Musei e auditori come l'Augusteo sede dei concerti di Santa Cecilia, ecc. Sei-sette anni luminosi, coi "palazzinari" italo-vaticani messi in un angolo per anni. Nei quali il Messaggero è un vero protagonista civile.
Poi il fascismo, col giornale spesso censurato, non ritenuto fra i più favorevoli. In esso cresce un gruppo di giornalisti antifascisti Vittorio Gorresio, sorvegliato dal SIM, se ne deve andare dopo il 1940, Gino De Sanctis, che poi sarà partigiano al Nord, Sandro De Feo, Vincenzo Talarico e Pio Ambrogetti che vengono messi sotto inchiesta e Ambrogetti viene mandato al confino di polizia come il capo dell'ufficio pubblicità, Plinio Turcato condannato a 5 anni per disfattismo. Antonio Petrucci, che ha preso il posto di Gorresio, finisce a Regina Coeli. Molti tipografi che non dimenticano le origini anarchiche e socialiste, sono attivamente antifascisti e stampano il foglio clandestino La Voce Operaia di Adriano Ossicini e di Franco Rodano. Purtroppo nei mesi della occupazione nazista il direttore succeduto ad Alessandro Pavolini, Bruno Spampanato, uno degli estensori della Carta di Verona della RSI, tiene una linea decisamente bieca in occasione della strage delle Fosse Ardeatine. Fuggito al Nord, sarà "amnistiato" dalla legge detta "togliattina" e quindi parlamentare del Msi.
Ma la vera svolta, il ricongiungimento del Messaggero con la grande tradizione laica e democratica, avverrà nel 1974, quando redattori e tipografi si oppongono alla vendita a Edilio Rusconi editore di fiducia della Dc e capeggiano la battaglia vittoriosa per il NO alla cancellazione referendaria del divorzio. Con uno straordinario successo anche in borgata: 83,3 % al Tiburtino III. Purtroppo, nonostante la spinta radicale, la sinistra non chiede subito le elezioni anticipate. Dopo l'acquisto del giornale da parte di Montedison, con la garanzia di un direttore, Italo Pietra, ex comandante partigiano, laico e socialista, che viene da dodici anni di successi al "Giorno", il quotidiano di Via del Tritone mantiene, grazie alla redazione, la propria rotta coraggiosa. Anche durante la direzione di Luigi Fossati, già condirettore, nei difficilissimi anni 1975-1979, col giornale minacciato da tutt'e due i terrorismi, rosso e nero. E i NAR assassinano alle spalle il tipografo Maurizio Di Leo scambiandolo,così dicono rivendicando l'omicidio, per il giovane cronista Michele Concina autore di articoli sul neo-fascismo romano. Un delitto fascista rivendicato ma non addebitato al responsabile principale divenuto "collaboratore di giustizia" e poi finito all'estero. Il 12 dicembre '80 il rapimento del direttore delle carceri Giovanni D'Urso e il garantista Messaggero diventa il giornale capofila di quanti annunciano di pubblicare i deliranti comunicati dei capi BR di Palmi e Trani pur di riavere salvo e libero il giudice. Messaggero, Secolo XIX, Lavoro, Avanti!, Manifesto, Giorno e altri sono messi alla berlina come "giornali del cedimento" da quelli invece "della fermezza" fra i quali spicca, con Repubblica, il Corriere della Sera il cui vertice sarà scoperto, sei mesi dopo, iscritto alle liste della Loggia segreta P2. Insieme ad altri influenti giornalisti. Una vittoria della trasparenza democratica e del garantismo. Il caso-Moro non si è ripetuto. Gli anni di piombo non ritornano.
La mobilitazione laica si rinnova prima per il varo della legge sull'aborto e poi contro il referendum clericale che lo vorrebbe abrogare nel 1982: un incredibile 79,4 % di votanti e un non meno incredibile 68,4 % di NO alla cancellazione dell'Ivg. Penna giuridica di punta di questi difficili anni, un altro uomo della Resistenza, Giuseppe Branca. In questi anni le direzioni promuovono una grande ripresa della politica urbanistica per l'interesse generale e contro le speculazioni immobiliari voraci in corso da decenni, con articoli di Italo Insolera, Vezio De Lucia, Franco Ferrarotti, Alfonso Testa e miei. Siamo i "cedernisti", come ci chiama l'attuale Messaggero di Caltagirone (ben lieti di esserlo). Alla svolta riformatrice concorrono articoli di storia firmati da Alberto Caracciolo, Giorgio Spini, Mario Sanfilippo. Un gran bel periodo il 1974-1986. Grazie ad un vertice redazionale dove spiccano uomini eccezionali per serietà e competenza come il condirettore Silvano Rizza, il caporedattore centrale Pino Geraci, il capocronista Vittorio Roidi, il capo dei grafici Giulio Bergami (con un'equipe di prim'ordine, Claudio Rochetti, Aurelio Candido, Fulvio Jacometti e altri) il capo della Giudiziaria, completamente rifatta, Paolo Gambescia, il capo dell'economico Aldo Maffey a cui successe Claudio Alò, il capo della cultura Luigi Vaccari col vice Renato Minore, per la scuola l'impeccabile Pietro Maria Trivelli, poi inviati quali Pietro Calabrese, Sergio Turone, Marcello Sorgi, Paolo Ruffini, Oliviero La Stella, Nando Tasciotti, Dido Sacchettoni, Luciano Ragno, Daniele Protti, Roberto Pesenti, i giovani interni Corrado Giustiniani, Michele Concina, Andrea Garibaldi, Fabio Martini per anni nel ruolo delicato di cronista comunale, e tante giornaliste, una trentina, assunte in quegli anni. Ai quali si aggiungono collaboratori fissi di grande prestigio quali gli scrittori Giorgio Manganelli, strappato al Corriere della Sera, Corrado Stajano, giornaliste e scrittrici impegnate nel movimento femminista come Elena Doni, Maria Antonietta Macciocchi, Sandra Petrignani per dieci anni come giornalista al Messaggero, Giuliana Morandini, e il giornalista sportivo (e non solo) Oliviero Beha. Che concorre a dare modernità ad una redazione sportiva già ricca di talenti e di specializzati , il capo Gianni Melidoni, Enrico Bendoni, Piero Di Biagio, Piero Mei, Ruggero Palombo, l'indimenticabile Teo Betti (pugilato, tennis, rugby), Sandro Acquari. Riapre la sede di Parigi con Piero Vigorelli, apre quella di Mosca con Guido Colomba, a Bruxelles opera Romano Dapas, a New York si afferma Anna Guaita con Stefano Trincia. Eric Salerno copre con competenza Gerusalemme e il Medio Oriente. Valerio Pellizzari soprattutto l'Estremo Oriente con Pio d'Emilia di stanza a Tokio. Il Vaticano di papa Wojtyla non vede di buon occhio il vaticanista Marco Politi né quel suo giornale così laico. Che però sa promuovere dibattiti,con Luigi Manconi, con Massimo Cacciari e con altri sulla Conferenza episcopale di Loreto e guarda con speranza alla politica lungimirante del segretario di Stato Agostino Casaroli e del ministro degli Esteri Achille Silvestrini (don Achille, per gli amici) protagonisti della Conferenza di Helsinki per il disarmo nucleare e di una intelligente Ostpolitik che l'impazienza del papa polacco purtroppo travolgerà.
Così il giornale, molto unito, supera indenne mesi di fuoco, dopo una durissima vertenza tipografica, sostenuto anche da Luciano Lama, Giorgio Benvenuto e Pierre Carniti e dalla FNSI guidata da Paolo Murialdi e da Piero Agostini. Riacquista velocemente copie, promuovendo inchieste e dibattiti pubblici in tutte le regioni. colma presto il pericoloso disavanzo del 1979 e va in largo attivo, anche grazie ad un vertice aziendale, presidente Carmelo Guccione, direttore generale Eugenio De Luca, direttore commerciale Fulvio Croce onesti, appassionati e aperti alle esigenze di autonomia della redazione. Così il giornale supererà, senza Bingo né concorsi, il tetto delle 310.000 copie realmente vendute di cui 150.000 nella sola Roma e ben 60.000 nel Lazio. Nel 1986 vara i Quartieri vivace prosecuzione della grande cronaca di Roma con Vittorio Roidi, l'ottimo Mauro Piccoli e un pugno di ragazze e ragazzi che si faranno strada. Un esperimento che dà voce costante alle grandi e a volte dimenticate periferie romane e che anche oggi sarebbe da ritentare. Invece verrà troncato nello stesso 1987.
Un grande, incessante lavoro di squadra si realizza dunque al Messaggero di quegli anni, con un dibattito costante, spesso acceso, reso possibile da un comune sentire, da un orgoglio aziendale positivo, dall'adesione ad un progetto giornalistico democratico fortemente condiviso. Incredibilmente condiviso ancora adesso, dopo un trentennio e più.
Qualcosa da spartire con l'oggi? "E' la stampa bellezza! E tu non ci puoi fare niente!" grida Humprey Bogart nel fragore delle rotative che stampano una grande, coraggiosa inchiesta giornalistica contro potenti interessi. I giornalisti del Messaggero di allora lo tenevano bene a mente. Così si dice almeno. E La differenza sta qui.
Ps: molti giovani del Messaggero di allora sono poi diventati direttori: Pietro Calabrese del Messaggero, di Panorama, della divisione Rai1, Paolo Gambescia dell'Unità e del Messaggero, Marcello Sorgi della Stampa, del Tg1, del GrRai, Paolo Ruffini del GrRai, del Tg3, del Tg7, di TV2000, Daniele Protti de L'Europeo monografico e Rita Pinci vice direttore di Panorama.

Share