QUEL "NO" CHE FECE EPOCA E LA LUNGA LOTTA CHE PORTÒ AL PATTO INTEGRATIVO

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Davvero entusiasmanti, quei primi anni Settanta. Ero un giovanissimo giornalista influenzato – come tanti - dallo spirito di cambiamento del Sessantotto, desideroso di essere in prima linea nella battaglia per determinarlo. Al Messaggero ero nel posto giusto. Il vento del cambiamento era penetrato anche nei grandi giornali italiani, fino ad allora custodi dell’establishment. Alcuni editori avevano compreso che occorreva aprirsi alle nuove istanze della società: Giulia Maria Crespi nel 1970 aveva incaricato Piero Ottone di dirigere il Corriere della sera (che chiamò a collaborare Pier Paolo Pasolini), mentre Alessandro Perrone, direttore e comproprietario del Messaggero insieme con la famiglia, già dalla fine degli anni Sessanta aveva cominciato ad assumere alcuni professionisti che furono determinanti nella trasformazione del quotidiano romano. Fra questi Pasquale Prunas, un finissimo intellettuale che mise a capo del nuovo servizio Grafico - dov’era coadiuvato da Piergiorgio Maoloni e Giulio Bergami - e Silvano Rizza, mitico capocronista che introdusse al Messaggero lo stile del giornalismo anglosassone.
Certi mutamenti inducono inevitabilmente reazioni. Così fu per la legge sul divorzio, approvata nel dicembre del 1970. Nel 1974 la Dc di Amintore Fanfani, il Movimento sociale italiano, i vescovi e i movimenti cattolici conservatori chiamarono gli italiani alle urne per abrogarla. Si trattava del primo referendum abrogativo nella storia della Repubblica. Il Messaggero fra i grandi giornali fu il più schierato in difesa di quella legge di civiltà e senz’altro ebbe influenza sul voto nelle sue aree di diffusione.
La battaglia per il divorzio si intrecciò con un’altra lotta, quella condotta dalla redazione del giornale contro il tentativo di vendita all’editore Edilio Rusconi che si temeva avrebbe riportato il quotidiano su posizioni conservatrici. Fu una vertenza lunga e complessa che, tra l’altro, vide la proprietà spaccata in due: una metà della famiglia, capeggiata da Ferdinando Perrone, presidente della società editrice, cedette infatti le sue quote a Rusconi mentre l’altra, guidata dal cugino Alessandro Perrone, il direttore, si oppose alla vendita. Il referendum – che si svolse il 12 e il 13 maggio - cadde proprio nella fase culminante della vertenza, nel corso di uno sciopero che, tuttavia, fu interrotto per consentire l’uscita del giornale nel giorno del voto, per ribadire il “no” alla cancellazione del divorzio in Italia.
Di scioperi ce ne erano già stati. Ma anche altre iniziative erano state messe in campo nel corso della vicenda. I colleghi più autorevoli avevano incontrato in delegazione i partiti, i sindacati e le istituzioni per cercare sponde politiche alla nostra battaglia, mentre quelli più giovani erano stati incaricati di compiti di carattere operativo. A organizzarci e coordinarci era Giuseppe Gnasso, capo delle Province, il quale asseriva di aver partecipato da ragazzo alla Resistenza. A me era stato affidato – fra gli altri - un compito al quale guardavo con una certa preoccupazione: avrei dovuto chiudere una pesantissima porta scorrevole di ferro per sigillare l’ingresso di via del Tritone in caso di irruzione delle forze dell’ordine. Eravamo infatti preparati anche a questo, a un’occupazione del giornale. E il “comandante” Gnasso aveva provveduto a riempire una stanza di vettovaglie e a dotarsi di una radio ricetrasmittente, nel caso ci avessero tagliato i collegamenti telefonici. Per fortuna non ce ne fu bisogno.
Il 12 maggio uscimmo con una prima pagina nella quale campeggiava un “No” gigantesco. Questo era il titolo, mentre l’occhiello recitava: “Contro il tentativo clerico-fascista di sopprimere la democrazia e l’autonomia dello Stato”. Il fondo, scritto dal capo del servizio Politico Felice La Rocca ma non firmato - per rendere evidente che si trattava della posizione del giornale - diceva già dal titolo (“Anche De Gasperi disse di no”) che non tutto il mondo cattolico era sulle posizioni integraliste dei promotori del referendum. Non essendo possibile realizzarlo tipograficamente quel “no” così grosso venne disegnato a penna nella redazione dei grafici. Il compito di riempire il corpo del carattere con il pennarello nero venne affidato alla mano ferma di Lucio Manisco, corrispondente da New York, un intellettuale che da giovane aveva fatto il pittore nel gruppo Forma1.
Sempre in prima pagina, un comunicato della redazione spiegava perché «il quotidiano italiano più risolutamente laico e divorzista» avesse scelto in quei giorni di tacere: l’assemblea dei giornalisti aveva deciso di scioperare «dopo aver appreso che la Democrazia cristiana – a un anno dall’acquisto, attraverso Edilio Rusconi, di una prima metà del giornale – si accingeva ad acquistare anche l’altra metà del giornale al termine di un’operazione gestita politicamente da Amintore Fanfani ed economicamente dalla Montedison».
Come è noto, l'87,7 per cento degli italiani andò a votare e il 60 per cento dei votanti si dichiarò contrario all’abrogazione del divorzio. L’Italia si rivelò diversa da come era convinto che fosse il partito egemone del nostro sistema politico, la Democrazia cristiana: più laica, democratica, moderna. Nelle stesse ore giunse al Messaggero la notizia del perfezionamento della vendita del giornale, che fu acquistato al 100 per cento dalla Montedison. Ma, grazie alla sua lotta, la redazione ottenne uno statuto, il “Patto integrativo”, che per lunghi anni avrebbe garantito la «la linea laica, democratica e antifascista» della testata. Il nuovo direttore sarebbe stato Italo Pietra, ex direttore del Giorno, ex comandante partigiano, socialista.
La sera del 13 maggio, non appena fu noto il risultato del referendum, una folla di decine di migliaia di persone festanti si riunì sotto al Messaggero in segno di ringraziamento per il nostro contributo alla vittoria del “no”. Noi, che avevamo acceso le luci di ogni stanza, ci affacciammo alla finestre e ai balconi. Nella folla c’erano anche dei ragazzi che sarebbero poi diventati firme del giornale: Claudia Terracina, Stefania Conti, Fabrizio Paladini, Michele Concina. «Quella notte decisi che volevo fare il giornalista – ricorda oggi quest’ultimo – e che sarebbe stato bello farlo al Messaggero. Passai sotto le finestre di via del Tritone, guardai quegli uomini che si affacciavano felici perché avevano contribuito a quel passo avanti e mi sembrò un gran bel modo di stare al mondo».
Sì, eravamo felici. Credevamo che la Storia non potesse fare passi indietro. Purtroppo i tempi recenti ci hanno smentito.

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