SULL' ESEMPIO DI RIZZA
SI FACEVA CRONACA
"DENTRO" LA CITTÀ PER
CITTADINI, UTENTI, CONSUMATORI

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C’era una volta. Non nelle favole, perché qui è tutto vero. In dieci anni era cambiato tutto, sia la città sia il giornale. Me ne ero andato alla fine del 1969. Avevo lasciato un’azienda guidata da due cugini miliardari, che trattavano il giornale come un giocattolo, un aeroplanino di carta. Un’azienda che non poteva avere futuro.
Una comunità bigotta, democristiana, carica di storia ma anche di provincialismo; il Messaggero vecchio, privo di idee e di slanci, con una Cronaca cittadina che, schiacciata sotto il peso della “nera”, trattava le questioni dell’amministrazione, del decoro, della vivibilità urbana a dir poco con timidezza. Ero entrato, dopo tre anni di lavoro nero,, insieme con Virgilio Crocco e Romano Dapas, finalmente assunti da quel sant’uomo di Sandro Zapelloni, che i Perrone poi cacciarono su due piedi, non si è mai capito perché. Sette anni dopo me ne ero andato a fare il radiocronista al Giornale Radio di Chesi e poi di Zavoli) ma ero tornato nel 1980, scoprendo un mondo tutto diverso, in cui capi e redattori potevano proporre e fare il giornale con la propri testa, ogni mattina, come nelle favole. Il giornale di Emiliani, di Rizza, di Geraci.
Nei dieci anni che erano passati la redazione di via del Tritone aveva conquistato la propria autonomia e aveva contribuito a vincere le battaglie per i diritti civili, per l’aborto, per il divorzio, che cambiarono l’Italia. Il paese era avanzato sul terreno del laicismo e del buon governo e Roma già dalla metà degli anni Settanta sembrava decisa ad affrontare i problemi che il tempo aveva stratificato e complicato.
Il Messaggero protagonista, sempre in prima fila, con coraggio e intraprendenza, tutt’uno con il proprio territorio. Una unione, fra la città e il giornale che si realizzava proprio nelle pagine della Cronaca. Un lavoro affascinante perché lì raccontavamo i fatti, i problemi, le disperazioni e le speranze di chi chiedeva una città meglio organizzata, più pulita, più moderna e degna del titolo di Capitale. Un rapporto intenso, indimenticabile, quasi che il destino della città dipendesse dalle scelte che ogni giorno la professione e la coscienza ci ponevano: il titolo di testa lo facciamo sulle borgate o sul traffico intollerabile, sul Tevere dimenticato o sulle aree pedonali, sulla inefficienza della burocrazia o sulle botteghe che chiudevano i battenti? Quanta differenza con il giornale dove ero nato!
Una redazione che intendeva non solo raccontare ciò che accadeva ma anche aiutare i lettori a fare le proprie scelte democratiche. Un giornale che apertamente voleva sostenere lo sforzo di innovazione che la città affrontava. Anche se eravamo ancora in una stagione terribile, in cui il terrorismo delle BR che avevano assassinato Aldo Moro e tanti uomini dello Stato sembrava non morire mai e addirittura confondersi con gli attentati dello stragismo fascista, con i depistaggi di stato (sui quali ancora oggi non si è fatta chiarezza), con i delitti di una mafia che era arrivata anche a Roma e non solo piazzava il tritolo, ma si proponeva di corrompere il tessuto civile e di governo. Riuscendovi almeno in parte, ché oggi ne abbiamo le prove.
Anni complicati, anche per una redazione esperta, matura, che ogni giorno dovette affrontare le mille facce dell’attualità e insieme difficili sfide etiche, come quella posta con il loro ultimatum dai rapitori del giudice D’Urso a tutti i giornali italiani. Un giornale che sotto la guida di Vittorio Emiliani espresse grandi potenzialità, raggiungendo vertici di vendita in seguito mai superati. Una stagione entusiasmante, di cui la Cronaca di Roma di Silvano Rizza fu protagonista assoluta, capace di pubblicare dodici pagine su un aereo saltato in aria a Fiumicino, accanto alle campagne sulla casa, sulla sanità, sui consumi. Quanto costava realmente una tazzina di caffè e quanto sarebbe stato giusto pagarla? I consumatori furono invitati perfino a scioperare! Un quotidiano che si buttava sulle questioni della vita quotidiana, ma non rinnegava il passato (guai a toccare l’”Avventura in città” di Giancarlo Del Re); che affrontava con piglio indipendente questioni delicate: lo scontro fra archeologi e urbanisti su via dei Fori Imperiali; l’allontanamento delle auto private dal centro storico, la creazione dei municipi (mai diventati efficaci); i problemi della casa e e del piano regolatore e dello spostamento nel quadrante Est degli uffici ministeriali. L’urbanistica, ma esiste ancora? Il tutto animato dalla penna rapida e mutevole di un grande disegnatore, Alfonso Artioli, capace di sbozzare il classico ritratto, di produrre una vignetta satirica, di illustrare graficamente una inchiesta, di ricostruire le sequenze di una rapina o di un atto terroristico.
Anni bellissimi, impossibili da raccontare in poche righe. Certo, chi vorrà scrivere una storia del giornale di via del Tritone non potrà tralasciare: l’arrivo in Campidoglio nel 1976 di Giulio Carlo Argan, l’accademico di Storia dell’arte divenuto sindaco dopo la vittoria elettorale delle sinistre; il risanamento degli orribili borghetti; l’amore che la città seppe tributare al sindaco Luigi Petroselli; l’assassinio del tipografo Maurizio Di Leo, ucciso dai fascisti perché scambiato per uno dei cronisti più tenaci; l’inaugurazione della linea A della metropolitana; il salvataggio della Befana (voluto dal Messaggero con un referendum popolare che raccolse oltre 350.000 adesioni), la festa che il governo aveva soppresso e che il giornale ottenne che venisse ripristinata.
Per quanto mi riguarda, aggiungo solo due ricordi. Il primo è la raccolta di fondi lanciata a Natale per acquistare un apparecchio elettronico indispensabile ai bambini malati di leucemia del reparto di Franco Mandelli, l’ematologo scomparso poche settimane fa. Straordinaria fu la risposta dei romani, fantastico il lavoro di Bruno Poggio che pubblicò uno ad uno i nomi dei cittadini che avevano infilato anche poche lire nei salvadanai sparsi per la città. Lui che montava e squadernava le nostre pagine di “nera”!
Il secondo è il lancio dei “Quartieri”, il supplemento tabloid curato da Mauro Piccoli, con cui il giornale tentò di allargare la diffusione nelle sterminate periferie. Un giornale nel giornale, fatto da decine di giovani collaboratori. Una scommessa che appassionò tutti, dal direttore agli amministratori dell’azienda. E che la nuova proprietà cancellò dopo pochi mesi. Perché? Perché i Ferruzzi volevano fare un quotidiano europeo! Altro che la città. Loro, Gardini e Sama, Roma non la amavano, non capivano che i nostri lettori vivevano qui. Così aprirono redazioni a Ravenna, a Forlì, a Cesena, nelle loro terre e sfondarono il bilancio, avviando il giornale lungo il precipizio. Tragica prova che i successi o le sconfitte di un giornale come il Messaggero dipendono – noi lo sappiamo – dal suo rapporto con la città. E da chi decide di spezzarlo. C’era una volta.

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