L'ANTIFASCISMO AL MESSAGGERO DURANTE IL VENTENNIO E LO STORICO SCIOPERO DEL 1944

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Durante il ventennio fascista anche al Messaggero come in molte fabbriche, esisteva una forma di resistenza, di antifascismo non apertamente dichiarato ma largamente praticato. Alcuni anni fa, raccogliendo materiale per un libro soltanto abbozzato, registrai una lunga intervista ad Alberto Trovarelli, già capo del reparto Zincografia, anche lui attivo nella cellula antifascista del Messaggero. Volle cominciare dalla fine, dallo sciopero generale del 3 maggio 1944, contro il fascistissimo Bruno Spampanato, firmatario della Carta di Verona, nominato direttore dallo stesso Mussolini al posto dell'incolore Alfonso Novara. Gli organizzatori materiali della protesta erano i componenti di una cellula interna di cattolici comunisti fondata dal linotipista Antonio Rinaldini e guidata dal tostissimo tipografo Annibale Germani. Della cellula, composta da una cinquantina di elementi, facevano parte tra gli altri anche il giornalista Rizieri Grandi, il responsabile della diffusione Antonio Guazzaroni e, in completa copertura, lo stesso caporedattore Vincenzo Spasiano assieme a Gino De Sanctis, Vittorio Gorresio e altre firme meno note.
“La mattina del 3 maggio” dice Trovarelli “al primo turno del mattino su novanta tipografi solo due si presentarono al lavoro. Il Messaggero fu l'unico giornale italiano ad aderire in maniera così larga allo sciopero”. Una così massiccia adesione trova impreparato il direttore il quale per prima cosa fornisce alle SS nomi e indirizzi dei poligrafici in sciopero che sono prelevati uno ad uno, portati a forza in tipografia e costretti a lavorare per far uscire il giornale nel primo pomeriggio. Tanto basta a Spampanato per dichiarare che lo sciopero è fallito. Ma non sono dello stesso parere il ministro della Cultura Popolare Ferdinando Mezzasoma e il capitano delle SS Hans Clemens incaricato della repressione.
“Il giorno dopo lo sciopero”, ricorda Trovarelli, “entrai con gli altri del primo turno alle 6,45 e trovammo il giornale occupato dalle SS di Clemens. Alle 9 il direttore Spampanato ci radunò tutti nel salone della cronaca, fece chiamare dall'archivio la signora Bruno che parlava tedesco ordinandole di tradurre al capitano Clemens quello che lui avrebbe detto, e iniziò: “Ognuno di voi è padrone di pensare quello che vuole, ma mentre a 30 chilometri da Roma si combatte per respingere il nemico, qui non ammetto nessun atto di sabotaggio. Io di certo pagherò per lo sciopero di ieri, ma sappiate che prima la farò pagare duramente ai veri colpevoli”. Quindi comunicò di aver fornito agli uomini di Clemens nomi e indirizzi dei ventisette poligrafici: i linotipisti Pietro Allegrini, Renato Aubry, Remo Cardinali, Cesare Di Carlo, Aldo Donati, Umberto Favalli, Ugo Gabbionetta, Gino Pace ed Ezio Zenobi; i compositori Giovanni Allegrini, Giulio Antonini, Alberto Belardinelli, Renato Bernini, Antonio Costa, Giulio Crescentini, Corrado Fusi, Annibale Germani, Alfredo Marta, Mario Pace, Bruno Papini, Alfredo Rastelli; gli impaginatori Roberto Barberini, Mario Cardinali, Silvano Ciampicacigli, Natale D’Antoni, Edmondo Conti e Vincenzo Pennacchietti”.
L'elenco degli scioperanti 'sovversivi' fu inviato dallo stesso direttore al temutissimo questore di Roma Pietro Caruso il quale era già in possesso di un ben più nutrito elenco di scioperanti compilato dall'amministrazione del Messaggero. Mentre Spampanato parla alle maestranze minimizzando gli effetti dello sciopero e la signora Bruno, spaventatissima, traduce le minacce del capitano Clemens contro i responsabili della protesta operaia, i ventisei poligrafici denunciati da Spampanato già viaggiano su due camion, il primo diretto ai campi di lavoro sul fronte di Nettuno, l’altro in Germania. Il secondo camion, quello diretto in Germania, a La Storta finisce sotto il tiro di uno stormo di caccia americani. Nella confusione gran parte dei prigionieri riesce a fuggire. “Gli altri, tenuti sotto tiro da due SS – ricorda Silvano Ciampicacigli allo storico Giuseppe Talamo – proseguirono il disperato viaggio fino a Firenze dove, approfittando del caos dei bombardamenti alleati fuggirono aiutati dalla popolazione che riuscì a sottrarli anche ai rastrellamenti di tedeschi e fascisti”.
“Una mesata dopo, a liberazione di Roma avvenuta – racconta Trovarelli – tornò Annibale Germani che portava ancora ben visibili sulla faccia e sulle mani i segni della fuga. Quando a La Storta il camion fu spezzonato dai caccia americani, lui fu il primo a gettarsi giù e finì dentro una siepe che costeggiava la via Flaminia. Purtroppo per lui si trattava di un grosso roveto che però, a parte i graffi e le profonde ferite, gli fece da materasso salvandogli la vita”. La forma di resistenza passiva più utilizzata dai tipografi durante il ventennio era quella di sabotare gli articoli più importanti per il regime. “Quando arrivava in tipografia qualche articolo particolarmente indigesto – ricorda Trovarelli – qualcuno faceva semplicemente sparire l’originale così al momento della chiusura in mancanza del piombo previsto il buco era coperto con altro materiale sicuramente meno importante di quello fatto sparire. Poi c’erano anche iniziative più pericolose che coinvolgevano ruoli e persone diverse, come quando per esempio, Remo Cardinali che era uno dei linotipisti della cellula dei cattolici comunisti, a bozzone della prima pagina già licenziato dai correttori, riuscì a sostituire l’ultima riga di un fondo di Italo Calvo tramutando la chiusa da ‘Viva’ Mussolini a ‘Via’ Mussolini. In quel caso, oltre ai linotipisti e ai correttori finì sotto accusa anche il proto di turno”.
Il 25 luglio del 1943, dopo la caduta di Mussolini, Mario Pannunzio e Arrigo Benedetti entrarono nella sede del Messaggero; coadiuvati da un gruppo di tipografi e da un redattore (forse lo stesso Gino De Sanctis), composero, stamparono e diffusero la prima pagina del Messaggero con il titolo a 9 colonne “Viva l'Italia libera”. Seimila copie a foglio unico, subito sequestrate. A seguire uscì un'altra edizione speciale più morbida, il cui titolo era “Il maresciallo Badoglio capo del Governo”.
In tutte due le edizioni figurava in basso un trafiletto firmato Pio Perrone: “Assumo la direzione del Messaggero. La tradizione di Vittorio Veneto mi lega indissolubilmente, con animo di italiano, al glorioso maresciallo Pietro Badoglio. Il Messaggero è ai suoi ordini, agli ordini del suo Governo che saprà salvare la Patria. Viva l'Italia, Viva il Re”.

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