LA LINEA SUL CASO D'URSO E L'AEROPLANINO
DI LE MONDE CONQUISTARONO SCIASCIA

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Il 16 gennaio del 1981 mi telefona Leonardo Sciascia. “Vorrei incontrare il tuo direttore”, mi dice, “e congratularmi con lui”. Non dice altro. Sciascia è sempre stato di poche parole, ma non ha bisogno di dilungarsi. Perché voglia parlare con Vittorio Emiliani, il direttore del Messaggero è chiaro. Il giorno prima è stato ritrovato il giudice Giovanni D’Urso, sequestrato da più di un mese dalle brigate rosse. Incatenato all’interno di un’auto, imbavagliato e ad occhi bendati, ma vivo. Il Messaggero aveva giocato un ruolo determinante nella liberazione del magistrato, per la quale si era impegnato a fondo anche Sciascia. Non aveva bisogno di dirmi altro.
Ma che cosa era accaduto in quei trentaquattro giorni? La sera del 12 dicembre del 1980 le brigate rosse avvertono, con una telefonata a un cronista del Messaggero, di avere “prelevato” il giudice D’Urso. L’unica sua colpa è avere fatto il suo dovere alla guida di un ufficio della direzione prevenzione e pena del ministero della giustizia, ma per le Br è un “aguzzino di migliaia di proletari”. Richiedono per la sua liberazione la “chiusura immediata dell’Asinara”, il carcere di massima sicurezza che sorgeva sull’omonima isola sarda. E a questo punto si riformano gli schieramenti politici che avevano caratterizzato, due anni e mezzo prima, la prigionia e la morte di Aldo moro, il “fronte della fermezza” e il “fronte della trattativa”. Il primo è costituito dai comunisti, dai repubblicani e dai missini, più tiepidi i democristiani. Il secondo dai radicali e dai socialisti. E anche tra i giornali si delinea la divisione tra intransigenti e trattativisti. Il direttore del Messaggero decide di tenere una linea “laicamente possibilista per “non ripetere il caso Moro”.
Dopo dieci giorni di incertezza e di polemiche, il governo decide di chiudere l’Asinara. Si aspetta la liberazione di D’Urso, Ma all’improvviso si apre, con una rivolta carceraria e una tragedia, la seconda fase della vicenda. I detenuti del carcere di Trani riescono a catturare le guardie carcerarie e si asserragliano nell’edificio. Ma dura poco. I gruppi d’intervento dei carabinieri domano la rivolta. I brigatisti rispondono con l’uccisione del generale Enrico Galvaligi, che aveva diretto l’operazione di Trani. E alzano il tiro. Il giudice D’Urso, dicono, è stato condannato a morte; potrà essere graziato e rilasciato soltanto se la stampa pubblicherà “immediatamente e integralmente” i nostri comunicati. Di che cosa si tratta? Di una lunga serie di fogli scritti da Renato Curcio con le abituali accuse allo Stato imperialista e la rivendicazione delle lotte “proletarie” delle brigate rosse.
E a questo punto la parola passa ai giornali. La stampa deve decidere la sorte del giudice. Pubblicare o no i comunicati dei brigatisti? “Non pubblicare” è la linea dura del Corriere” della Sera, di Repubblica, dell’Espresso, della Stampa, del Tempo, dell’Unità, di Paese Sera, dell'Avvenire, del Mattino, del Resto del Carlino e del Giornale. Al Messaggero la maggioranza dei redattori è per la pubblicazione, e la direzione, malgrado il parere inizialmente contrario della proprietà, si attesta su una linea “marcatamente aperturista, possibilista”. Ma il tempo stringe. Il 10 gennaio l’ultimo messaggio dei brigatisti è chiaro: “Se entro 48 ore non leggeremo integralmente sui maggiori quotidiani italiani i comunicati, daremo senz’altro corso all’esecuzione della sentenza a cui D’Urso è stato condannato”. Nell’assemblea di redazione del “Messaggero” la maggioranza dei favorevoli alla pubblicazione si scontra con i contrari. Si sta per arrivare a una votazione, quando interviene il direttore Emiliani. “La nostra linea umanitaria è nota”, dice, “non condividiamo nulla di questi comunicati deliranti, ma siamo disposti a pubblicarli soltant0 per ragioni squisitamente umanitarie. Vi scongiuro di non giungere a un voto che creerebbe fratture gravi tra noi. La responsabilità del giornale è mia e la rivendico pienamente nel bene e nel male”. Non si vota. La decisione è presa. E questa volta la proprietà è d’accordo. Il 14 gennaio il Messaggero pubblica integralmente i comunicati delle Br, seguito a ruota dall’Avanti, dal Secolo XIX, da Lotta continua dal Manifesto e da Notizie radicali. Pubblica anche Il lavoro contro il parere della proprietà e il direttore del giornale, Giuliano Zincone, che è già stato rimosso, verrà emarginato a lungo nel Gruppo Rizzoli il cui vertice si svelerà, nel 1981, tutto piduista. L’indomani il giudice D’Urso è di nuovo un uomo libero.
Il 16 gennaio accompagno Sciascia al Messaggero. E’ accolto da un applauso della redazione, parla con Emiliani e si impegna a collaborare al giornale. Lo farà per parecchio tempo. Nello stesso giorno il francese Le Monde pubblica una vignetta che mostra D’Urso che viaggia verso la libertà con un aereo di carta del “Messaggero”.

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