AUTONOMIA VERSO IL CAMPIDOGLIO GRAZIE A EDITORI TUTTI SENZA INTERESSI IN CITTÀ

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La credibilità. Per un giornale la credibilità è sempre stata una risorsa decisiva per allargare il proprio “consenso” e per quasi tutto il Novecento Il Messaggero, a giudicare dalla diffusione, è stato ritenuto attendibile dall’opinione pubblica cittadina. L’azione del Campidoglio è stata setacciata grazie al lavoro di diverse generazioni di cronisti, ma al tempo stesso – con un processo inverso - alcuni sindaci hanno ricevuto dal Messaggero un appoggio totale. Una diversità di approccio e una libertà che derivano da un tratto originale: dalla fondazione fino al 1996, il principale giornale della Capitale ha sempre avuto editori privi di interessi vivi in città. Certo, non sempre una libertà assoluta, ma i margini concessi sono stati declinati da direttori e giornalisti in modi diversi. Spesso sorprendenti.
Luigi Cesana, il giornalista che era stato fondatore, editore e direttore del primo Messaggero, alla vigilia delle elezioni Municipali del 1907 schierò il giornale a totale sostegno del Blocco laico e popolare guidato con un programma molto innovatore da Ernesto Nathan. Una scommessa, almeno politicamente, lungimirante: nel giudizio degli storici Nathan è ancora oggi considerato il miglior sindaco nella storia di Roma post-unitaria. La famiglia Perrone, che diventò proprietaria del giornale quando già possedeva l’Ansaldo e dunque era interessata ad un giornale nella capitale della politica, non aveva però interessi specifici a Roma. Direttori e giornalisti ne “profittarono”. Quando Sturzo immaginò una lista per il Campidoglio con la Dc alleata ai missini, Mario Missiroli scrisse: «Ci sono dei cattolici che vagheggiano ritorni impossibili».
Nel 1952 la proprietà designa direttore uno dei suoi rampolli, Alessandro Perrone, e cominciano ad affiorare giornalisti di personalità. Pur dentro una “Cronaca di Roma” attraversata da un tono rassicurante, il capocronista Guglielmo Ceroni schiera il giornale contro la realizzazione dell’hotel Hilton sulla collina di Monte Mario, Giulio Tirincanti scrive articoli profetici sui «nuclei speculativi», sulla crescita «a macchia d’olio», contro la Roma «satura di traffico» (1952) e per una città che ha «bisogno di spazio e di verde» (1958). Il successivo capocronista Cesare Zappulli sferza l’amministrazione democristiana («Se Roma fosse Zagarolo potremmo plaudire all’iniziativa del sindaco»), denuncia i problemi lasciati incancrenire. Come «il dissesto dell’Atac». O come il rinvio del piano regolatore. E se un capocronista mitico come Silvano Rizza, promosse successi editoriali (il caso Casati Stampa), detestando la politica capitolina («voglio telegrammi dall’Australia!»), quando il giornale passa a Montedison, con la direzione di Vittorio Emiliani e la guida della Cronaca di Vittorio Roidi, si riaccendono i riflettori sul Campidoglio.
Le prime giunte di sinistra del dopoguerra ricevono un’attenzione al tempo stesso politica e giornalistica. L’editoriale dopo il trionfo elettorale di Luigi Petroselli («A Roma è successo qualcosa») preannuncia quell’atteggiamento di curiosità che non comporterà sconti dalla Cronaca, non certo nei confronti delle municipalizzate governate dai socialisti e neppure nei confronti di un intellettuale come Renato Nicolini: geniale la sua Estate romana ma con qualche indulgenza verso gli amici («E ora conviene far bene i conti»). A metà degli anni Novanta la proprietà del giornale passa al leader degli imprenditori romani. Un cambio che incide sulla Cronaca e non solo: al netto delle qualità dei singoli giornalisti, ecco Gianfranco Fini “riequilibrare” Francesco Rutelli; per qualche tempo il cognome Veltroni scompare dal giornale; sinché si può, si sostiene Gianni Alemanno, totale è l’ostracismo per il “marziano” Ignazio Marino. Virginia Raggi? Prima cattiva, poi buona.
Ma la Cronaca di Roma del Messaggero, nei suoi anni ruggenti, è stato anche altro. Nel giugno del 1946, dalla sede di via del Tritone, alcuni altoparlanti diffusero gli aggiornamenti dei risultati del referendum e la Questura interruppe quel “servizio”. Troppa folla. Ma quel flusso di gente comune è proseguito per decenni, con i tanti romani che telefonavano o che salivano le scale fino al primo piano, per poter raccontare ad un cronista la propria storia. Angherie che venivano affidate ad un giornale del quale si fidavano. Quella fiducia – per tutti i giornali – si è affievolita. Ma per decenni lo spessore professionale e la scuola della grande “Cronaca” del Messaggero hanno contribuito a migliorare, almeno un po’, la qualità della politica, ma anche la vita quotidiana di chi ha avuto la ventura di trascorrere la propria esistenza nella città eterna.

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